Una fucina per le istituzioni. Gli universitari cattolici e la questione costituzionale nei settant’anni della Repubblica – Numero 3/4 2016

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di Andrea Michieli*

Provare a ricapitolare il rapporto tra Fuci e Costituzione è un’impresa impegnativa per l’altezza delle personalità coinvolte e per la pluralità di pensiero e posizioni che si sono succedute nel tempo. Esula dalle competenze di chi scrive una ricostruzione storica puntuale da cui, d’altro canto, non si può sfuggire. In modo più circoscritto, è più accessibile il tentativo di cogliere, senza la pretesa di esaustività, i maggiori filoni di riflessione e di azione che hanno attraversato le plurali anime della Federazione nei decenni. Com’è stato autorevolmente sostenuto, la Fuci non può essere capita se non in rapporto alla “questione della democrazia”1. Tale questione è uno dei prismi interpretativi attraverso i quali si può guardare alla storia fucina: l’impegno per l’instaurazione, l’attuazione e la manutenzione della democrazia nel nostro Paese. A questa primaria questione, che ha caratterizzato la Fuci anche nel periodo anteriore alla nascita della Repubblica, si è innestata dopo il 1946 una più propria “questione costituzionale”.

Pensare e attuare la Costituzione: due idee di democrazia

Merito della Fuci fu quello di mantenere vivi i contatti culturali con l’estero proprio in virtù del lavoro culturale di fondo condotto negli anni del fascismo, fu un punto di riferimento all’avanguardia nella stagione costituente.

Non è scorretto affermare che la Costituzione italiana nacque, almeno per ciò che concerne il contributo democristiano, dalla classe dirigente formata nella Fuci durante il ventennio fascista: si pensi, tra i più influenti Padri costituenti, a Gaspare Ambrosini, Laura Bianchini, Maria De Unterrichter Jervolino, Guido Gonella, Giorgio La Pira, Giovanni Leone, Aldo Moro, Costantino Mortati, Paolo Emilio Taviani e Ezio Vanoni. Il ruolo così determinante di allora era frutto del tentativo di mantener viva una cultura alternativa al fascismo, una formazione democratica che, se pur limitata all’esterno, aveva innervato la struttura federativa degli universitari cattolici2. Merito della Fuci fu quello di mantenere vivi i contatti culturali con l’estero e, in particolare, con l’ambiente filosofico francese in cui, con la riscoperta del tomismo, si erano forgiati la corrente “personalista”3 di Mounier e il federalismo europeo di Denis de Rougemont. k2_1_3-4_2016La Fuci – proprio in virtù del lavoro culturale di fondo condotto negli anni del fascismo di cui Azione fucina rappresenta l’esempio più illuminante – fu un punto di riferimento all’avanguardia nella stagione costituente e seppe contaminare e coinvolgere anche personalità non legate organicamente ad essa4. Eppure l’influenza della Fuci non deve essere fraintesa, come forse si è indotti di fare leggendo la lista dei fucini tra le fila della Democrazia Cristiana e degli altri partiti. La Federazione, nonostante vantasse numerosi rappresentanti nelle istituzioni, non fu mai collaterale alla politica del partito cattolico. Al contrario fin dalla Liberazione, i fucini si adoperano per compiere la cd. “scelta universitaria”. Essa «volle significare defilarsi provvisoriamente dai problemi di indirizzo politico o dai grandi dibattiti sulle prospettive del mondo cattolico, nella convinzione che sul terreno dell’università e della cultura, nuovamente libero, si giocasse una sfida decisiva per il futuro della società italiana»5. Per questa ragione, non era la Fuci che, in quei decenni di rinascita del Paese, cercava la Dc, ma il partito dei cattolici che ascoltava gli universitari per cogliere il pensiero delle nuove generazioni6. La Fuci però si mantenne come un pungolo per le istituzioni, richiamando costantemente al «valore umano pieno dell’attività politica stessa, come cura del bene comune, e ciò contro la riduzione “modernista” della politica a tecnica e contro l’assorbimento “integrista” della politica nella religione»7. La missione culturale della Fuci, fin sulla soglia degli anni ’60, si declinò, nel campo sociale, in una pedagogia costituzionale.
Una successiva tappa del rapporto tra la Fuci e le istituzioni sorse negli anni del Concilio, in consonanza con la «scelta religiosa» dell’Azione cattolica guidata da Vittorio Bachelet, allora presidente dell’Ac e precedentemente Condirettore di questa rivista. L’aspetto forte di quegli anni fu il tentativo di una «mediazione» tra fede ed impegno storico, tra temporalismo e spiritualismo, alla ricerca di una composizione tra escatologia e responsabilità del proprio tempo. Il cammino della Fuci consistette allora «nell’articolare il momento dell’incarnazione e insieme il momento della differenza della fede rispetto alla storia, cogliendo per propria via così la storicità della fede come la religiosità di una storia letta (e vissuta) alla sua luce, e tentando di fare di quei principi i capisaldi di una pedagogia cristiana»8.
A partire dagli anni ’80 si verificò un mutamento di approccio alle istituzioni con un intervento diretto, da parte degli organi fucini, per cambiare le regole della democrazia. In particolare durante i congressi di Padova (1983), Firenze (1985), Verona (1987) e Bari (1989), maturò l’idea che fosse necessario un cambiamento della legge elettorale proporzionale verso un sistema maggioritario bipolare con alternanza dei partiti al Governo. In particolare fu manifestata l’esigenza di un rapporto più stretto tra società ed istituzioni che, in quel momento, doveva prendere le forme dello strumento referendario in grado di sbloccare il sistema9. Il referendum abrogativo della legge elettorale ebbe la propria gestazione durante il congresso di Bari del 1989. Insieme alle Acli e ispirati da intellettuali come Roberto Ruffilli e politici come Mario Segni, i fucini entrarono nel comitato promotore del referendum che si celebrò nel 1993 e che, adottando il sistema maggioritario, cambiò il quadro istituzionale aprendo una nuova stagione della politica italiana. La discontinuità inedita di quel periodo – oltre che sul piano culturale di cui si dirà tra poco – fu l’intervento diretto della Federazione nelle vicende politiche che «interpretava in modo diverso la collocazione della Fuci all’interno del solco tracciato dalla “scelta religiosa”»10.

Una «mediazione» tra fede ed impegno storico, tra temporalismo e spiritualismo, alla ricerca di una composizione tra escatologia e responsabilità del proprio tempo.

Dall’itinerario che si è cercato di ricostruire, si evidenziano almeno tre tappe nel rapporto tra la Fuci e la Costituzione (1945-62, 1962-82 e 1983-2008). Tali periodi si possono leggere alla luce di due filoni di pensiero che hanno attraversato la Federazione: quello della “democrazia sostanziale” e quello della “democrazia procedurale”. Le due accezioni così sinteticamente riassunte hanno trovato esiti molto differenziati tanto che, sul piano concettuale, non è corretto contrapporle in maniera schematica. È però innegabile che questa linea di demarcazione esista nelle culture costituzionali che hanno convissuto nella Fuci. Per la prima, quella “sostanziale”, la democrazia si realizza, non solo mediante le forme istituzionali, ma quando si perseguono i fini della Costituzione nell’assetto economico e nella società. La prima parte della Carta è interpretata come programma incompiuto per l’attuazione, in primis, dei diritti sociali ispirati dal principio di eguaglianza sostanziale. Gli attori principali della reformatio devono essere i corpi intermedi e i partiti nella funzione di raccordo tra politica e società. Questa cultura costituzionale fu, pur con distinguo, quella maggioritaria dalla Fuci fino agli anni ’80. Il filone della cd. “democrazia procedurale”, che prese piede nella Federazione durante la stagione del craxismo, intendeva la democrazia «come tecnica di competizione di interessi in un contesto di garanzia dei diritti di libertà»11. Questo secondo tipo di impostazione privilegia una democrazia competitiva e dell’alternanza bipolare; risolve i problemi democratici nella meccanica delle istituzioni e nella loro ingegneria, guardando alla riforma della seconda parte della Costituzione come unica via per risolvere il blocco del Paese.

Il tempo è superiore allo spazio

La missione culturale della Fuci si è manifestata come un pendolo che ha avuto nell’autonomia, di pensiero e posizioni, il suo perno e che ha oscillato tra fasi di intervento diretto nell’agone politico-sociale e momenti di ricerca culturale e spirituale. Una tensione che esprime anche il proprio della Fuci: essa infatti «non ha concepito il lavoro culturale come un esercizio separato dall’assunzione di una responsabilità pratico-politica» dei suoi aderenti12. L’oscillazione è impressa dalla responsabilità delle diverse generazioni in rapporto al proprio tempo: essa sarà valutata dalla storia e rispetto ad essa la coscienza di coloro che fanno parte di questa storia, originale e creativa, devono fare i conti. Non è di chi scrive la competenza a dare giudizi sulle scelte compiute dalla Fuci in rapporto alle istituzioni e, tanto meno, quella di indicare prospettive per l’attività futura.
Quello che in chiusura si può sottolineare è la contestualizzazione della missione intellettuale propria della Fuci in rapporto alle istituzioni, nell’evoluzione che la Chiesa ha intrapreso con l’insegnamento di Papa Francesco. In particolare, è da richiamare il “principio della superiorità del tempo sullo spazio” come parametro dell’azione sociale. Nell’Evangelii Gaudium, Francesco scrive che «i cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae» e che il principio della superiorità del tempo aiuta a «lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi» (n. 223).
Credo si possa affermare, con fondamento storicamente solido, che le migliori stagioni della Fuci, in rapporto alla Costituzione e alle istituzioni, siano state quelle in cui il tempo è stato superiore all’occupazione degli spazi sociali, in cui la formazione culturale seria e meditata ha generato personalità di spessore morale e professionale. In questo senso credo si possa vedere un parallelismo tra la storia attuale e quella della stagione, ormai mitica, di Righetti e Montini. La simmetria si gioca tra quel tempo, nel quale non si poteva svolgere alcuna azione politica e in cui gli schemi culturali erano implosi nella notte del totalitarismo, con il nostro tempo nel quale la “scelta religiosa” impone una laicità matura alla Fuci e in cui le grandi narrazioni sono cadute di fronte alla complessità del presente. La Fuci, ora come allora, lontana dal potere, può, nuovamente e ancora, essere una fucina per le istituzioni. Può far suo quell’invito di un giovane presidente fucino che, sottolineando l’importanza della politica e il suo limite di fronte all’eccedenza della vita, esortava: «dobbiamo avere il coraggio di essere, in un tempo fatalmente politico, più che politici»13. Oltre lo spazio, capaci di guardare il tempo che ci viene incontro.

*Dottorando di ricerca in diritto pubblico
dell’economia all’Università di Milano-
Bicocca, già Condirettore di Ricerca

NOTE

  1. M. Nicoletti, Società e politica, in FUCI, coscienza universitaria, fatica del pensare, intelligenza della fede. Una ricerca lunga 100 anni, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, pp. 201 e ss.
  2. M. C. Giuntella, I fatti del 1931, in I cattolici tra fascismo e democrazia, Il Mulino, Bologna 1975, pp. 185 e ss.
  3. Sui rapporti tra Costituzione italiana e personalismo, si veda F. Pizzolato, Finalismo dello Stato e sistema dei diritti nella Costituzione italiana, Vita e Pensiero, Milano 1999.
  4. In particolare si segnala il coinvolgimento della cd. “Comunità del Porcellino” – formata da G. Dossetti, G. Lazzati, G. La Pira, L. Bianchini, A. Fanfani – nei primi congressi della Fuci dopo la Liberazione. Per una ricostruzione della storia della Comunità, si veda T. Portoghesi Tuzi, G. Tuzi, (a cura di), Quando si faceva la Costituzione. Storie e personaggi della Comunità del porcellino, Il Saggiatore, Milano 2010.
  5. G. Formigoni, Uno sguardo storico ai rapporti tra FUCI e A.C., in «Ricerca», ottobre-novembre 1990, p. 21.
  6. Su questo ascolto, serio e non formale, mi rifaccio a un episodio raccontatomi da Serena Marini, Presidente Fuci dal 1970 al 1972. Durante gli anni della sua presidenza, Aldo Moro, allora Ministro degli Esteri, chiese di poter prendere parte ad un Consiglio Centrale. Moro si sedette in una sedia in fondo alla stanza e ascoltò le discussioni dell’organo. Se ne andò al termine della riunione, ringraziando per l’ospitalità, senza mai prendere la parola.
  7. M. Ivaldo, «Ama Dio con tutta la tua intelligenza ». Fuci e cultura, in FUCI, coscienza universitaria, fatica del pensare, intelligenza della fede, op. cit., p. 56.
  8. M. Ivaldo, Tra crisi sociale e rinnovamento. La Fuci nella vicenda degli anni ’70, in «Ricerca», settembre 1990, p. 17.
  9. Questa mi pare, sinteticamente, la posizione di Salvatore Vassallo, Condirettore di «Ricerca» in quegli anni. Si veda S. Vassallo, La politica pensata. Il percorso fucino negli anni ’80, in «Ricerca», ottobre 1994.
  10. M. Nicoletti, Società e politica, op. cit., p. 243.
  11. G. Guzzetta, Perché il cattolicesimo liberale di De Gaseri-Sturzo è più vitale, relazione al convegno L’orizzonte bipolare nella costruzione della democrazia italiana: il contributo dei cattolici, Università Gregoriana – Roma, 23 febbraio 2012.
  12. M. Ivaldo, «Ama Dio con tutta la tua intelligenza ». Fuci e cultura, op. cit., p. 55. 13 A. Moro, Al di là della politica, in «Studium», 1945, ora in A. Moro, Al di là della politica e altri scritti, a cura di G. Campanini, Studium, Roma 1982, p. 82.
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