Una democrazia cognitiva, per una democrazia planetaria

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di Mauro Ceruti* e Edgar Morin**

Negli ultimi decenni ha avuto inizio quella fase dell’era planetaria definita globalizzazione, in cui la sovranità dei singoli stati – ancora asserita retoricamente, spesso anche in forme combattive – si è indebolita dinanzi a impetuosi sviluppi economici e tecnologici.
L’umanità, pur mantenendo una straordinaria diversità di culture, si è ormai unificata sotto l’egida della tecnica, che consente intercomunicazioni istantanee fra tutti gli individui e tutte le collettività.
Il capitalismo si è diffuso su scala mondiale. Si è insediato un unico mercato mondiale all’insegna dell’ultraliberismo economico. Questo è segnato dall’illusione che le autoregolazioni spontanee del mercato siano sufficienti a risolvere tutti i problemi mondiali rilevanti, rinunciando agli interventi regolativi da parte degli stati.
Questa globalizzazione procede in maniera sfrenata. L’economia commerciale ha invaso tutti i settori dell’umano. La scienza, la tecnica, l’economia, il profitto sono i motori che muovono incontrollatamente la navicella terrestre.
Migrazioni e meticciati generano nuove società multietniche e multiculturali. Ma in queste mescolanze, prevalgono ancora la giustapposizione e la subordinazione: l’integrazione è ancora carente. Nell’incontro fra culture, l’incomprensione prevale ancora sulla comprensione. Tanti sono gli embrioni di un pensiero e di un’azione planetari. Ma enormi sono i ritardi e le paralisi.
Non emergono regole comuni, e tantomeno regole democratiche.
La difficoltà del momento è prodotta non da una crisi, ma da molteplici crisi, tutte intrecciate fra loro.
C’è una crisi della relazione fra gli esseri umani e la natura, dovuta a inquinamenti, esalazioni, degradazioni ambientali, che minacciano di avvelenare noi stessi e le specie viventi che ci accompagnano.
C’è una crisi delle società tradizionali, che rischiano di disintegrarsi sotto le dinamiche della modernizzazione.
C’è una crisi demografica: i paesi poveri sono sovrappopolati e generano, sotto l’impulso della miseria, migrazioni verso i paesi ricchi, a loro volta segnati da una grave riduzione della natalità.
C’è una crisi del legame sociale. Il degrado delle antiche solidarietà fa dilagare gli egocentrismi, i malesseri psichici, il senso di solitudine individuale.
C’è una crisi morale. Il perseguimento unilaterale del proprio successo provoca la perdita del senso dell’interesse collettivo.
C’è una crisi della comunicazione. Si instaura un modo di organizzazione della società e delle menti individuali in cui la specializzazione isola le persone e riduce al minimo la loro responsabilità. Perdiamo di vista l’insieme, il globale, la solidarietà.
C’è una crisi della conoscenza. L’interdipendenza non crea la comprensione; l’accumulo delle informazioni non crea la conoscenza.
C’è una crisi della modernità, che non realizza le promesse di una vita migliore, più libera, più armonica. Le stesse riuscite materiali producono nuovi disagi di civiltà.
C’è una crisi del progresso. L’illusione del progresso quale legge ineluttabile della storia umana si è dissipata con le tragedie delle guerre mondiali, con l’esplosione di Hiroshima, con i disastri del blocco orientale, con le crisi del blocco occidentale, con i fallimenti dei Sud del mondo. La storia non è al suo capolinea stagnante. Né è in cammino verso l’avvenire radioso. È catapultata in un’avventura ignota.
C’è una crisi del futuro. Il futuro non è raggiungibile attraverso lo sviluppo delle tendenze dominanti del presente, e ci appare sempre più incerto. Minacce aleggiano da ogni parte. I frutti maturi del progresso dell’umanità non sono a portata di mano.
C’è una crisi del presente. L’angoscia, la precarietà, la disperazione che viviamo ci spingono a ricercare radici immaginarie. Le capacità di distruzione e di autodistruzione, latenti in ogni individuo e in ogni società, si riattivano negli ambienti umani anonimi, moltiplicando le solitudini individuali e disinibendo l’aggressività e la violenza.
C’è una crisi dell’economia, che non sa generare efficaci meccanismi di regolazione su scala globale.
C’è una crisi della stessa scienza economica, che non riesce a comprendere tutto ciò che non sia calcolabile: passioni, emozioni, infelicità, credenze, miserie, paure, speranze.
Prevalgono: la dissoluzione della qualità nella quantificazione; la riduzione della molteplicità delle dimensioni dell’esistenza umana a poche variabili; la competitività esasperata; la razionalizzazione, cioè il tentativo di rifiutare ciò che non si riesce a comprendere a prima vista.
La crisi dello sviluppo è nel contempo crisi della globalizzazione e crisi dell’occidentalizzazione, tutte facce di una medesima crisi.
Lo sviluppo è stato definito in una prospettiva puramente tecno-economica. E’ ritenuto misurabile con gli indicatori di crescita e di reddito, sulla base di statistiche che pretendono di fare oggetto del calcolo ogni aspetto della condizione umana. Sono ignorate le attività non monetizzabili, gli aiuti reciproci, l’uso di beni comuni: la parte gratuita dell’esistenza.
Lo sviluppo è complesso e ambivalente.  Possiede lati positivi e lati negativi.
Lo sviluppo ha certo comportato molteplici sviluppi locali della prosperità. Ha migliorato le condizioni di vita materiale. Ha contribuito a liberare il tempo da dedicare alla ricreazione. Ha suscitato grandi aspirazioni democratiche. In molte aree del pianeta, ha determinato l’emergenza di classi medie, il cui tenore di vita è oggi comparabile a quello delle classi medie occidentali. Ha rafforzato l’autonomia degli individui. Ha liberato donne e uomini dall’autorità tirannica delle famiglie tradizionali.
Lo sviluppo ha però creato anche intossicazioni consumistiche, insoddisfazioni congenite, egocentrismi ipertrofici, competizioni smodate. Spesso ha diffuso nel mondo i vizi dell’occidente, senza apportarvi le virtù. Ha alimentato la corruzione negli apparati statali. Ha generato una crescita della criminalità, consolidando gigantesche mafie internazionali.
Alcune diseguaglianze si sono attenuate, e molte diseguaglianze si sono intensificate.
Una parte della povertà è scomparsa grazie alla prosperità delle nuove classi. Ma la povertà che permetteva un minimo di vita degna a milioni di persone è stata precipitata in nuove miserie, dipendenze, umiliazioni.
La crisi dello sviluppo è anche la crisi dell’unificazione tecno-economica del mondo.
C’è una coincidenza fra l’interdipendenza delle nazioni e la loro chiusura etnicista. Gli stati sovrani proliferano. E all’interno di questi stessi stati sono in azione molteplici forze centrifughe.
La coincidenza è comprensibile: l’unificazione tecno-economica produce una disgregazione e un’omogeneizzazione socioculturale, che, in molti casi, minacciano le originalità e le singolarità etniche e nazionali. Ecco la reazione di ripiegamento sulla nazione, sull’etnia, sulla religione: il ripiegamento su se stessi, il ritorno a un passato immaginato.
Assistiamo allo scatenarsi combinato di due calamità per l’umanità.
La prima calamità è l’unificazione astratta e omogeneizzante, che distrugge le diversità.
La seconda calamità è il ripiegamento su se stesse delle singolarità, che a loro volta diventano astratte, poiché si astraggono dal resto dell’umanità. Subiamo la maledizione di due astrazioni di natura differente.
Il problema è che tutte le molteplici crisi dell’umanità planetaria sono sottovalutate, percepite inadeguatamente, scollegate l’una dall’altra.
Non riesce a emergere una capacità di governo dei problemi planetari, che consentirebbe di generare il primo embrione di una società mondo, e di lasciarci alle spalle l’età degli stati nazionali litigiosi e conflittuali e degli interessi di casta altrettanto litigiosi e conflittuali. Non andiamo avanti, e rischiamo di andare indietro. Le soluzioni per il governo delle nostre società nazionali diventano sempre più difficili, e l’orizzonte democratico che sembrava irreversibilmente inscritto nella nostra esperienza storica si degrada sempre di più in oligarchie, nel terreno di predazione di gruppi chiusi di varia natura.
Dobbiamo comprendere che il rifiuto di affrontare l’orizzonte di un governo e di una democrazia planetaria retroagisce negativamente sulla stessa coesione delle nostre società. Dobbiamo comprendere, nel contempo, che la stessa difficoltà che impedisce la nascita di un’umanità e di una società planetarie trova le sue radici in una drammatica crisi cognitiva.
L’ostacolo alla comprensione delle crisi planetarie non sta solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra conoscenza.
La specializzazione disciplinare ha apportato molte conoscenze. Ma queste conoscenze sono incapaci di cogliere i problemi multidimensionali, fondamentali, globali. L’università e la scuola ci insegnano a separare, non a collegare. Continuano a disgiungere conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. La separazione delle discipline ci rende incapaci di cogliere “ciò che è tessuto insieme”: il complesso.
I modi di pensare che utilizziamo per trovare soluzioni ai problemi più gravi della nostra era planetaria costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi.
Più i problemi diventano multidimensionali, maggiore è l’incapacità di affrontarli; più le crisi avanzano, più  aumenta l’incapacità di pensarle; più le questioni diventano globali, maggiore è l’incapacità di raffigurarle.
Il pensiero che divide e isola consente agli esperti di fornire prestazioni di alto livello nei loro compartimenti. Ma questi stessi esperti estendono anche alle relazioni umane i meccanismi inumani della macchina artificiale. La loro visione ignora, occulta, dissolve tutto ciò che è soggettivo, affettivo, libero, creativo.
Un pensiero capace solo di separare frammenta la complessità del mondo in singoli elementi disgiunti. Distrugge ogni possibilità di comprensione e di riflessione, elimina le possibilità di un giudizio correttivo o di una veduta a lungo termine.  E’ un pensiero che rende ciechi e irresponsabili.
Il pensiero che collega deve prendere il posto del pensiero che separa.
Per pensare i problemi planetari, dobbiamo generare un pensiero del contesto e un pensiero del complesso. Dobbiamo pensare in termini planetari la politica, l’economia, la demografia, l’ecologia, la salvaguardia delle risorse biologiche, ecologiche, culturali.
Vi è la necessità di un pensiero che colga i legami, le interazioni, le implicazioni reciproche, che colleghi quel che è diviso, che rispetti ciò che è diverso riconoscendo al tempo stesso l’uno. E questo significa: un pensiero multidimensionale; un pensiero organizzatore capace di concepire la relazione reciproca fra il tutto e le parti; un pensiero ecologico che situi l’oggetto studiato nelle sue molteplici relazioni con i suoi ambienti; un pensiero che sappia negoziare con l’incertezza.
La complessità dei problemi di questo mondo ci disarma, ma proprio per questo dobbiamo riarmarci intellettualmente imparando a pensare la complessità.
Oggi che due nessi inscindibili, quello fra locale e globale e quello fra politica e tecnologia, pervadono tutte le dimensioni della vita quotidiana, il cittadino si sente espropriato del diritto di decidere la propria collocazione nel mondo. Vi è un divario fra democrazia politica, che almeno apparentemente continua a essere praticata, e democrazia cognitiva, che rischia di non essere praticata da nessuno, perché nemmeno gli esperti riescono a pensare l’intreccio dei problemi ai quali dovrebbero essere chiamati a rispondere.
Dobbiamo invertire il circolo, renderlo da vizioso virtuoso. Solo un’inedita democrazia cognitiva, che promuova lo sviluppo personale dei cittadini nella loro capacità di acquisire, di connettere, di interpretare informazioni e conoscenze, potrà consentire di rigenerare la democrazia politica.


I temi qui affrontati sono approfonditi nel saggio: Edgar Morin e Mauro Ceruti, La nostra Europa, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2013. 

* Università di Bergamo
** Membro del Centre national de la recherche scientifique
Presidente dell’Association pour la pensée complexe

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